Fiabe

le fiabe di Angela Cavelli
prendono spunto da quelle classiche

Come sono noiosi quando parlano di Te
e Ti rispettano solo a parole…
E Dio disse: "È ora di piantarla
di rifilare minestre divine".
Non aggiunse altro perché si addormentò.
di Angela Cavelli

Fiabe

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Lunedì 31 Maggio, 2010
Da "IL GATTO CON GLI STIVALI" di Perrault
a “IL GATTO CON GLI STIVALI di Angela Cavelli
Un onesto mugnaio, che aveva lavorato duramente per tutta la vita, quando morì lasciò ai suoi tre figli una ben misera eredità: il mulino, un asino, un gatto.
“Sono il primogenito, il mulino è mio” enunciò il fratello maggiore.
“Sono il secondogenito, l’asino è mio” affermò il mezzano.
Il gatto udiva tutto, ma preferiva stare sdraiato al sole. Quelle storie, le solite, gli venivano a noia.
Il figlio minore stava davanti ai fratelli e non apriva bocca. Lui era l’ultimogenito e il suo destino pareva segnato: la sua parte di eredità non lo soddisfaceva per niente.
Ad un certo punto, vedendo i fratelli andare ad appropriarsi dei loro beni, incominciò a lamentarsi:
“Come sono disgraziato! Come sono sfortunato! Come sono sfigato! Non mi resta neppure una merendina! Il Mulino bianco e l’asino se li sono presi i miei fratelli e se la mia eredità è solo questa, cioè un micione infarinato, la mia sorte è segnata. M’arrostisco il gatto, con la sua pelle mi cucio un manicotto e poi non mi resterà che morire di fame seppur con le mani al caldo. Che malasorte mi è toccata, eppure quando ero bambino godevo così tanto d’essere al mondo che mi pareva impossibile si potesse fallire! Mi ricordo che quando ero piccolo chiedevo a Tonio, nostro vicino, di portar in giro le oche e così le conducevo a passeggio per il Corso, chiuso al traffico dalle 8 alle 18, tenendole al guinzaglio: queste starnazzavano talmente forte che tutti i bottegai uscivano e mi regalavano focacce, pandolce, fragoline e il gelato della Sorbetteria di Ranieri perchè mi allontanassi il più in fretta possibile; e poi, alle feste della Cuccagna, mentre tutti stavano a dar colpi alle pentole, io chiedevo a Giarrettone il bovaro di poter far compagnia alle mucche rimaste sole e così queste mi pregavano con gli occhi di sgravarle da quel latte che appesantiva le loro mammelle e con i loro muggiti mi chiedevano di berlo e di dir loro quanto fosse buono! Una volta un toro si ingelosì e così io pensai bene di farlo uscire e lui finì proprio nel campo della cuccagna e tutti fuggirono. Per fermarlo, io salii sulla sua groppa e così mi trovai tra le mani i doni succulenti dell’albero della cuccagna! Era vita quella e soddisfatta! Era come stare in Paradiso, ora invece... Almeno i miei fratelli possono fare una società in accomandita semplice e con il mulino e l’asino guadagnarsi da vivere, forse, perchè, a ben vedere, pagando lVA, IRPEF, 710, 720, 730 e 740, ma anche 750 e seguenti, e poi ancora la tassa per la costruzione del Canal du Midi, già da anni ultimato, ma nessuno lo dice, a loro resterà solo di che vivere stretto stretto. Che brutta sorte mi aspetta, che brutta!”
Il gatto, pur tra tante parole, aveva distintamente udito la povera fine che avrebbe presto fatto e allora, vedendosela brutta, parlò:
“Sentiii, ma...” disse, (il gatto era un appassionato di Mai dire pelota) “la sorte non è stata così crudele con te e te lo mostrerò. Non perchè piove, vuol dire che ti vada male!”
Il giovanotto guardava sbalordito il gatto che gli andava dicendo che c’era di che sperare! E allora gli vennero in mente le parole di un eremita che vendeva erbe amare e che faceva scappare i bambini, i quali gli lanciavano sassi e gridavano ”Dagli al Nullista!”. Era uno che girava nudo come un verme perchè diceva che in principio c’era il niente, che noi nasciamo malati, brutti, indegni e scemi e perchè no, sporchi. In effetti a guardare lui sembrava quasi vero. Malgrado questi gotici pensieri, il fascino delle parole del gatto avevano fatto risvegliare il giovane al quale sembrò davvero ci potesse essere una soluzione ai suoi problemi.
“Sentii, ma..” riprese il gatto ”ora ti parlerò di economia..”
“Di ecografia?...” gli fece eco il povero giovane tutto frastornato.
“Eh, sì, l’Ussl n° 8 è in sciopero, ripassi domani... no, no, ti parlerò di economia...Vedi, i tuoi fratelli si stanno accontentando, vivranno in un regime economico di sussistenza, cioè dello stretto necessario, tu non vivi neppure in quel regime, ma in quello della miseria..”
“Del morto di fame? Hai proprio ragione.”
“E allora ascoltami: Il tuo pensiero si ferma al fatto di farmi arrostire e basta e non va più in là. Io ti mostrerò che è possibile in mia compagnia vivere nella ricchezza. Il tuo pensiero è strozzato dalla paura dell’incognito e dalla logica della povera eredità di tuo padre. Sei un paesano e pensi che non hai nulla da far fruttare. Devi infischiartene di questo perchè io ci sono e per me non esistono limiti alle possibilità. Bisogna fare man bassa di tutto l’universo, qualsiasi cosa è alla portata delle mie zampe recipienti, ricettive, riceventi. Mettimi al lavoro e vedrai!“
“Che metodo userai per farmi diventare ricco? Lo strutturalismo?”
“Mi stai dando del Cartesio e d’altro ancora? Con la noia non si diventa ricchi e non si affascina nessuno. Ti hanno diseducato a scuola su ciò che è facile e su ciò che è difficile. Tu sbagli e proprio su ciò che che è alla portata di mano, anzi, di zampa. Io ho dei mezzi di produzione dei beni: il pensiero e il mio corpaccio di gatto soriano che sarà soddisfatto quando avrà raggiunto i suoi scopi. Io userò la mia tecnica e tratterò tutto ciò che mi sta intorno con questi mezzi per il mio e per il tuo beneficio.”
Il giovane si arrese e acconsentì perchè si fidava del gatto, il quale sapeva inventare di tutto per cavarsela, e bene, in qualsiasi occasione e così gli procurò quel che chiedeva: un paio di stivali e un sacco, gli augurò buona fortuna e lo lasciò partire.
Il gatto si diresse alacremente verso un bosco dove vivevano famiglie di conigli selvatici.
Sapeva della furbizia e della velocità dei conigli e allora mise nel sacco crusca ed erbetta saporita e attese, facendo il morto.
E così un inesperto coniglietto entrò nel sacco e il gatto subito lo fece secco.
Poi si diresse al palazzo reale e chiese di parlare con il re in persona. Venne subito accontentato perchè non capitava tutti i giorni di vedere a corte un gatto che chiedeva udienza.
Alla presenza del sovrano si scappellò e si inchinò. Il sovrano assomigliava a Sean Connery e la sua reggia era di un tale splendore che il gatto dovette infilarsi gli occhiali per non rimanere accecato.
“Maestà, il Re Sole non splende come voi. I vostri abiti sono così bianchi che più bianchi non si può e il vostro mantello ha mantenuto i colori della porpora e non si è infeltrito come quello di un sovrano che conosco io, il quale sbaglia sempre di detersivo! Voi sì che ve ne intendete! Ora, Maestà, bando agli spot, il marchese di Carabas, mio padrone, mi incarica di offrirvi in omaggio questo delizioso coniglio selvatico, catturato nei boschi di sua proprietà.
Il re, arcinoto ghiottone, apprezzò il dono e ne diede subito ricevuta, pregando il gatto di ringraziare il suo padrone. Egli, da vero sovrano, aspettava che i suoi sudditi gli rendessero onore per poter così dare loro la sua protezione e subito riconobbe il merito del marchese.
Qualche giorno dopo il gatto si presentò di nuovo al re con due pernici. Il re applaudì al marchese e andò in visibilio perchè gli importava averlo come alleato.
Il gatto, nei mesi che seguirono, lavorò con impegno: stava all’erta in ogni luogo e con i suoi sensi coglieva ogni piccolo movimento del bosco: poi metteva in atto ogni stratagemma per acchiappare la preda e così portarla al re, facendo sempre notare che quei doni provenivano dalle riserve di caccia, dai boschi o dalle tenute del marchese di Carabas.
In cambio riceveva mance che permettevano al suo padrone e a lui di non morire di fame.
“Ma che Carabas e carabattole! Io non sono marchese e il mio nome è Berto, figlio del mugnaio del Mulino bianco” disse un giorno il giovane, in evidente stato di confusione.
“Tu non sai quel che dici! Il tuo stato non c’entra con il fatto d’esser figlio di un mugnaio, il tuo stato è determinato solo dall’essere figlio. E dunque, poichè tuo padre è ormai passatello, per non dire trapassato, non hai che da rinunciare alla tradizione del pidocchio rifatto che la tua famiglia si tramanda: io sarò per te il padre al futuro, perchè ti farò erede di una fortuna che neanche immagini. Con il mio aiuto diventerai davvero un ricco marchese!”
“Par quasi mi stia spuntando una corona e mi stia ritornando la memoria: mi sembra d’esser tornato bambino, quando pensavo proprio che sarei diventato principe, e poi anche Governatore della Galizia e magari Cavaliere della Tavola Rotonda” declamò Berto, stupito dalla scoperta.
Poi però aggiunse: “Ma io non ne sono capace. Io, ad esempio, non conosco i filosofi: Kant e Kierkegaard mi fan venire il latte alle ginocchia, come potrò parlare col re?”
“T’han reso scemo due volte, non ti hanno insegnato niente! Primo: per poter parlare non serve conoscere Kant e Kierkegaard, basta aver la lingua in bocca! Secondo: hai detto bene, non conosci questi filosofi. Per forza, non ti hanno mai fatto leggere una riga di quello che questi hanno detto, ma li conosci solo per quel che han detto gli altri di loro. Così non sai che soluzioni han dato alla loro vita. Ad esempio, Kant dice che c’è la ragion pratica e la ragion pura...”
“Ma io so solo ragionare sulle cose che vedo e sento, so dire se mi interessa, se mi serve, se mi va bene, come faccio ad affettare la ragione? Figurati poi a renderla pura, mi toccherà usare la candeggina!” rispose il giovane sconsolato.
“Appunto, si tratta di questo, non esiste che il pensiero legato alla realtà.”
“Ma allora sono un filosofo e posso parlare col re.”
“Te lo ridico: te l’han fatta sporca perchè ti hanno fatto credere che per poter parlare bisogna conoscere i filosofi!”
“Sto diventando curioso: e Kierkegaard?”
“Vuoi sapere cosa ha detto? Mi sembra di capire che desideri aumentare la tua competenza. Mi trovi d’accordo, si tratta anche qui di ricchezza. Ti dirò che è uno che dice così: che vi sposiate o non vi sposiate, ve ne pentirete!”
“Ma ha la prostata?” chiese il giovane.
“No, i pidocchi e si sa che i pidocchi fanno pidocchi!”
“Ma non si rende conto che perde un socio in affari?”
“Preferisce rinunciare e non scegliere. Ha paura dell’incognito e vuol farcela da solo.”
“Se sua madre non avesse scelto un uomo lui non sarebbe nato.”
“Già.”
Un giorno il gatto, uscendo dal palazzo reale, sentì due servitori che parlavano tra loro.
“Domani il re andrà a fare una passeggiata in carrozza lungo il fiume, insieme alla principessa sua figlia, la più bella del reame.”


(continua...)
Venerdì 1 Aprile, 2011
[...]

Il gatto corse dal padrone:”Padron mio se segui i miei consigli stai certo che tra poco ti troverai nobile, ricco e felice.
“Che devo fare, mio maestro? Dimmelo e lo farò.”
“Domani ti recherai al fiume e prenderai un bagno nel punto esatto che ti indicherò. Al resto penso io.”
Il giovanotto si chiese che tipo di ricchezza e di felicità potesse venirgli da un bagno nel fiume, ma aveva una gran fiducia nel gatto che finora gli aveva permesso di non morire di fame e promise di obbedire. Non aveva paura di ciò che sarebbe potuto succedere perchè la compagnia del gatto lo rassicurava che la strada che stava facendo era buona per lui e già ne aveva visto gli effetti. Infatti, mangiava tutti i giorni, e non solo pane, e cominciava a capire che le cose si potevano cambiare e che anche lui aveva delle possibilità di riuscire.
E pensare che quel filantropo del Nullista gli aveva un giorno detto che nella vita si poteva solo fallire. E infatti così era avvenuto per lui e per tutta la sua famiglia.Da quel pensiero lì non poteva nascere certo nulla di buono, mentre il suo gatto lo guardava con dignità e così lui ora si comportava davvero come il marchese di Carabas.
Il giorno dopo, mentre guazzava nell’acqua, ecco arrivare il re in carrozza, in compagnia della figlia e con un gran codazzo di cortigiani.
Allora il gatto spuntò fuori dal cespuglio dietro il quale si era nascosto, e cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola:
“Aiuto, bella gente, il marchese di Carabas sta affogando nel fiume, se lo sta bevendo tutto!”
Il re udì le grida, si affacciò allo sportello della carrozza, riconobbe il gatto che tante volte gli aveva portato in dono selvaggina prelibata, e immediatamente ordinò alle guardie del seguito di correre in aiuto del marchese di Carabas.
Mentre il giovanotto veniva tirato fuori dall’acqua, il gatto si avvicinò alla carrozza reale con aria contrita.
“Maestà, mentre il mio padrone faceva il bagno, sono venuti dei ladri e lo hanno derubato dei vestiti. Ed ora come potrà presentarsi a voi il mio padrone, rimasto nudo come un verme?”
Il re pensò subito che il marchese doveva essere trattato per il suo stato e ordinò ad un cavaliere di recarsi al palazzo per prendere un abito dal suo guardaroba di re.
Il giovane così indossò un lucente abito di seta indiana ricamato d’oro e d’argento e, poichè era di bell’aspetto, faceva una grande figura. La principessa, che aveva accanto la sua amica Carolaina di Monaco, colpita dalla sua aria regale se ne innamorò. Il sarto Valentain, seduto accanto al monarca, appena lo vide decise di farlo sfilare sulla passerella durante una saga dal titolo: “Il Palazzo vende moda.”
Intanto il gatto, felice del buon inizio del suo progetto, si mise le zampe in spalla, e via di corsa, precedendo la carrozza che avanzava piuttosto lentamente.
Poco più avanti c’erano dei contadini che falciavano l’erba e il gatto allora li minacciò così: ”Se non dite al re, che passerà di qui tra poco, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tutti tritati.”
I poveretti che non voleveno fare banzai e che sapevano venire a compromessi quando si trattava della loro vita, spaventatissimi, obbedirono subito e quando il re, incuriosito, chiese ai falciatori di chi fosse quel bel prato, risposero in coro: “Del marchese di Carabas”
Il re non stette certo a verificare se quelle terre erano davvero del marchese perchè questi si comportava come un ricco, ne aveva lo stile: i fatti erano questi e i doni ricevuti lo confermavano. Infatti i ricchi nei rapporti si comportavano così. Si congratulò dunque con il suo ospite, il quale sedeva, manco a dirlo, accanto a sua figlia, per la ricchezza e la fertilità dei suoi possedimenti. Intanto la carrozza, che a quel punto poteva esser presa per un treno affollato, procedeva lenta lenta.
Il gatto ripetè le sue minacce a un gruppo di mietitori, pecorai, mandriani, vignaioli, tessitori, mafiosi, medici ospedalieri, maestri, presidi e prostitute che incontrò più avanti.
Pecore, mucche, vigneti, ospedali, scuole, bordelli, tutto apparteneva al marchese di Carabas.
Più i possedimenti crescevano, più il re stimava quel bel giovane suo suddito: il re non era per niente invidioso delle ricchezze del marchese e desiderò ancora di più averlo come alleato perchè sapeva che qualcosa sarebbe arrivato anche nelle sue tasche: insomma, c’era da guadagnarci. Infatti, aveva bandito dalle sue terre Babbo Natale perchè era talmente buono da parergli cretino, in quanto non giudicava mai, ma regalava tutto quello che aveva senza alcun giudizio di merito e senza tornaconto. L’amore disinteressato lo rendeva furioso.
Nel vedere i rigogliosi campi di grano, nei quali rosseggiavano i papaveri, il re pensò che le risorse erano davvero infinite! Non faceva come quel gruppo portarogna di suoi conoscenti che si alzavano alla mattina e nel sentire che la popolazione era aumentata venivano presi dal mal di stomaco e gridavano:”Morirete tutti di fame. Siete in troppi! Le risorse stan per finire!” Loro non si mettevano naturalmente in quel gruppo perchè avevano fin troppo cara la loro pellaccia.
Il gatto arrivò davanti ad un castello. Seppe che vi viveva un orco straricco: tutte le terre che il gatto aveva attribuito al Marchese di Carabas erano sue!
Pensa e riepensa, il gatto, a cui le idee non mancavano, ne inventò una grossa.
Chiese d’essere introdotto alla presenza dell’orco e non appena gli fu davanti, gli snocciolò un rosario di complimenti.
“Ho sentito il dovere, passavo di qui, di conoscere il più potente degli orchi. Ho saputo che avete il dono della magia e sapete trasformarvi in qualsiasi animale, elefante o leone che sia. Io mi chiedo, molto rispettosamente, se queste voci siano vere, ho dei dubbi...”
“Certo” urlò l’orco irritato “e per dimostrartelo mi trasformerò subito in un leone.”
Il gatto davanti alla belva fu preso da vero terrore e finì, per un enorme singhiozzo, a gambe all’aria. Quella criniera arruffata, che sembrava fonata in piedi da un parrucchiere pazzo, e quei rauchi ruggiti gli ricordarono la sua maestra di gattologia che gli insegnava come acchiappare e mangiare i topi, proprio a lui!
“Sei convinto ora? urlò il bestione.
“Fino a un certo punto, signore,” disse il gatto che già s’era ripreso perchè aveva capito che l’orco era uno stupido bestione, aveva proprio la stupidità del grande e grosso e ciula.”
Così continuò: “ma per voi non è difficile trasformarvi in una grossa belva, ma che ne direste di trasformarvi in una piccola bestiola, tipo bonsai?”
“Ti faccio vedere subito, gattastro!” urlò tutto stressato. Detto fatto: l’orco divenne un topolino che fu ben presto divorato dal gatto, il quale esclamò: ”Il nemicazzo, come tutti gli usurpatori, può non far più paura, basta ridimensionarlo! Infatti c’è cascato perchè ha avuto bisogno di dimostrare di essere potente. Se lo fosse stato davvero non avrebbe avuto alcun bisogno di dimostrazioni, non si sarebbe piegato a tanto! Ma non voleva che io dubitassi della sua potenza. Se invece di offendersi m’avesse detto: ”Ma come ti permetti di dubitare di me?” io me la sarei data a gambe, invece ha avuto bisogno, il gonzo, di giustificarsi... di dimostrare d’esser bravo, di fare tanto, di finire il programma di orcologia, di esser più bravo di tutti i suoi colleghi...Ma chi fa così non ha un vero potere!”
Intanto la carrozza reale era giunta davanti al castello: il re, incuriosito, chiese di visitarlo. Il marchese di Carabas non sapeva cosa fare, ma ecco arrivare, di corsa, il gatto.
“Benvenuta, Maestà, nel castello del marchese di Carabas.”
Il re trasecolò.
“Marchese, anche questa magnificenza vi appartiene? Un castello con ogni optional: cortile lombardo, giardino italiano, scalinata alla Wanda Osiris, ponte levatoio alla Robin Hood! Però!”
Mentre il re visitava le sale, la principessa seguiva il marchese e si innamorava sempre di più di quel gentiluomo tanto ricco e bello.
Nel sontuoso castello vi era un grande salone con una splendida tavola apparecchiata con ogni sorta di delicatessen. L’orco aveva preparato tutto quel ben di Dio per una merenda con i suoi compagni orchi che non erano poi venuti.
Il gatto nel vedere tutte quelle squisitezze si rallegrò:”Lo sapevo che il potere dei potenti fa ridere! Ha potere chi è capace di rapporti. L’orco non è riuscito a convincere neppure i suoi compagni di merende!”
Tutti mangiarono e bevvero abbondantemente, compreso il gatto che, con tutto quel correre, aveva un tremendo appetito.
Alla fine del banchetto il re, notando gli sguardi di marmellata che sua figlia lanciava, ricambiata, al bel marchese, e dopo aver fatto il conto di quanto valessero tutti i possedimenti che aveva visto, decise di aver trovato il genero ideale. Presto, nella sua regal casa si sarebbe celebrato un vero matrimonio di interesse!
“Mio caro marchese, vedo che mia figlia nutre per voi molta simpatia, se anche voi la ricambiate, ve la offro in sposa.”
Immaginarsi la felicità del giovanotto: non ci mise che un attimo per dire di sì. Quel giorno stesso si celebrarono le nozze e il figlio del mugnaio divenne principe. Ora il giovane sapeva davvero che il suo stato non c’entrava nulla con l’essere figlio di un mugnaio. S’era comportato da marchese ed era divenuto principe!
“Ero un poveraccio e ora sarà merito mio fare il principe! Sono stato ad una buona scuola! Mi hai insegnato bene la tua materia e mi hai permesso di far fruttare i miei talenti!” disse il giovane strizzando l’occhio al suo maestro.
“Ti ho solo spianato la strada, sapevo come si faceva e tu ti sei accorto di questo e mi hai seguito. Mi sono anche divertito e ho fatto ciò che mi andava, ciò che mi piaceva.Ti dirò che, a parte le corse, non mi sono caricato di eccessive preoccupazioni, e così ho fatto con te, non ho lavorato troppo, e non ho avuto neppure una crisi da stress! L’unico stressato della storia è l’orco che ha preso su di sè il mio dubbio sulle sue capacità di orco e invece di sanzionarmi, rimettendomi al mio posto, si è attribuito la colpa e così a furia di dimostrazioni e giustificazioni ha perso ed è finito tutto tritato!”

(continua...)
Venerdì 1 Aprile, 2011
[...]

“Tu ci sai fare nelle relazioni, farai scuola anche ai miei figli, ma ne avranno le capacità?” esclamò il giovane che stava partendo per il viaggio di nozze.
“Nella scuola non si tratta di avere capacità particolari, d’aver doti particolari, ma di esercitare una competenza nel far fruttare i rapporti: tu me l’hai permesso e io ti ho insegnato la mia materia: farti diventare ricco.
Io ho trattato l’altro per quel che è: ho trattato l’orco, che s’è dimostrato un impotente, da orco usurpatore, il re da re, il marchese da marchese. La verifica va fatta di atto in atto: ad ognuno il suo merito. Se il tuo bambino sarà furbo, quando copierà dai compagni spero proprio che non si faccia scoprire, perchè, se riuscirà a far bene i compiti, figurati a me cosa interessa come ci è arrivato! Non mi importa la strada, m’importa il risultato, tanto le capacità non si imparano a scuola! Come arrivarci sono fatti suoi per la pace di tutti! Io gli dirò solo: - L’hai fatto bene - oppure: - l’hai fatto male - Non mi sognerei mai di digli che poteva fare di più. E neppure gli dirò che si impegna poco perchè la riuscita può andare dal sei al dieci. Quello che mi darà mi andrà bene. Io so accontentarmi. In questo modo sarò sempre contento e soddisfatto e così il tuo bambino. Io prendo quel che c’è e se c’è una cosa che non va è quella d’esser sempre insoddisfatti e scontenti dei risultati. Il re ha dato merito a te, la prima volta, di averlo onorato con un coniglio. S’è accontentato. Se m’avesse detto: - perchè un coniglio solo? Potevi portarmene due - io ci sarei rimasto male e magari non ci sarei andato più.”
“Mio figlio diventerà medico?” buttò lì la principessa, ora accanto alla sposo, con ansia tutta materna.
“Chi l’ha detto, cara principessa?Tuo figlio avrà una meta, ma non puoi prefissarla nei suoi contenuti, altrimenti farai tutta la vita a guardar male tuo figlio che magari ama follemente dipingere i tramonti. Vivresti male tu e anche lui.”
“E se dovesse avere difficoltà di apprendimento?”
“Questa sì che è bella: non esiste in natura difficoltà di apprendimento e ciò che a scuola si insegna è poco rispetto alla capacità di ognuno; se tuo figlio andrà male è perchè sarà stato demoralizzato, deluso e non sarà più capace di prendere, si tratta proprio di prendere, senza difficoltà tutto ciò che gli è offerto, oppure se non gli va, di scartarlo.”
“E allora che farai?
“Non farei niente. Ci vuole una grande competenza per poter fare niente. In questo modo tuo figlio prenderà il tempo che vorrà, avrà agio finalmente di pensare, senza che nessuno gli chieda prestazioni e che intervenga in continuazione a dirgli cosa deve o non deve fare. Si chiama rispetto e questo potebbe essere l’inizio di un rapporto con me, conveniente per lui. Il resto verrà.”
“E se dovesse diventare handicappato e rinunciare a fare esperienza delle cose, non usare più occhi, orecchi, mani?
“Le esperienze si fanno o per amore o per forza. Io invece li farei con lui. Prenderei la sua mano e gli farei tastare ciò che gradisce e che io apprezzo, finchè arrivi a fare esperienza di qualcosa. Se lo incuriosissero gli animali, gli farei accarezzare il manto del cavallo baio, se gli piacessero le piante, lo farei tuffare in un tappeto d’erba per poi coglierne i fiori: almeno finirebbe delle azioni e rilascerebbe i suoi muscoli, insomma metterebbe un punto da qualche parte.”
“Sembra facile quello che dici” mormorò la principessa.
“E facile quando ci si apre alla realtà, si riconosce che può diventare nostra, ereditabile come la fortuna dello zio d’America” rispose il gatto da gran signore.
Sabato 2 Aprile, 2011
C’era una volta in Germania una piccola città chiamata Hamelin. I tetti erano aguzzi, i camini erano alti alti e il fumo che usciva da questi era nero nero. Il fiume, almeno così pareva, scorreva placido placido e intorno si svolgevano colline verdi. Per le strade, nei cortili, nelle stalle, nei pollai si udiva un vociare di bambini. Giocavano a nascondersi dappertutto, si infilavano nei posti più impensati, negli antri più nascosti. E quando qualcuno veniva scovato eran grida e saltelli e rincorse: “Ti ho trovato, ti ho pescato, t’eri fatto piccolino, ma hai lasciato le briciole della merendina come fossi Pollicino e io ti ho trovato! Ora sei sotto tu!” E poi di nuovo corse e rincorse, dibattiti, litigi e di nuovo patti. Ma ad un certo punto non più grida, schiamazzi, sollazzi, giochi: tutto cambiò ed era come se su Hamelin fosse caduta una grandine nera. I cortili ch’erano stati puliti e ornati di fiori s’eran ridotti ad essere luridi e puzzolenti, ovunque regnavano rifiuti e la città aveva assunto l’aspetto di un triste immondezzaio. I tetti rossi e lucidi mostravano tegole spostate, rotte o imbrattate, le porte e le finestre erano tutte rosicchiate e le tendine, che erano state il vanto della cittadina, erano ora mangiucchiate e sbrindellate e davano alle case un aspetto sinistro da convention di streghe ubriache di prezzemolo e aglio. Le strade, coperte da un liquame maleodorante e nero, sembravano strisce di bitume dove nessuno più metteva piede o scarpetta. Gli abitanti, grigi e malconci, stavano ritirati in casa e uscivano raramente perché avevano paura; i bambini poi non giocavano più e non facevano che lamentarsi fin che avevano fiato e ugola. Non più schiamazzi, dunque, gorgheggi e vocalizzi, grida, giochi. Che era successo? Forse un meteorite aveva ferito la terra e oscurato il sole? Forse il re aveva abbandonato le sue terre per castigare gli abitanti che non l’avevano apprezzato? E invece di mandare il Diluvio Universale, troppo impegnativo, aveva rovesciato su Hamelin la sua nera bile o spremuto il succo di miliardi di seppie? O forse un’angoscia oscura aveva coperto il cuore degli abitanti di Hamelin per evidenziarne la decadenza? Era così, ma questa angoscia dei cuori, segnale di un disagio crescente negli abitanti, non era stata che l’estrema e inascoltata difesa di una città che s’era già predisposta ad una invasione spaventosa. Tempo prima, quando ancora Hamelin, la bella Hamelin, era chiamata la stella del Nord, i cittadini avevano già cominciato a perdere la bussola: qualcuno aveva abbandonato la biblioteca perché pensava d’aver la scienza infusa, qualcun altro poi s’era messo a far baffi sulle statue marmoree della cattedrale perchè eran troppo pallide e forse troppo belle e poi aveva pensato di tagliar loro la testa per guardarci dentro e trovarvi così la sede delle idee e dell’amore; altri invece erano entrati notte tempo nella pinacoteca, che non è una scatola della zia Pina, e avevan cominciato a dar di rasoio e lama così da far la barba a dolci visi di fanciulle, a tagliare di schianto baffi virili e ad accorciar abiti preziosi così che quadri di mercanti, dignitari e santi eran diventati filetti di triglia colorata. Il teatro poi, tutto ricoperto di velluti e sete, ricco di drappi e di oro, aveva visto scemar l’interesse degli abitanti di Hamelin che l’avevano trovato troppo osé, dopo aver visto uno spettacolo in cui un certo Edipo aveva sposato la madre e ucciso il padre. Si erano allora alleati e avevano appeso gli attori a testa in giù per una mattinata, dopo aver loro tagliato i capelli e dato loro da bere una tisana al ricino perché si purgassero dall’insano racconto di Edipo e Giocasta. Ori e drappi avevano così cominciato ad ammosciarsi e a poco a poco il teatro era diventato la sede del club dei Puri Barboni di Hamelin. Un tale poi aveva abbandonato gabbie e gabbione vuote e sudicie nei prati, dopo averne fatto scappare gli abitanti. Sosteneva, infatti, che gli animali erano più simili a Dio degli uomini, i quali, solo dopo la terza o quarta reincarnazione, e solo dopo aver imparato il linguaggio canino o suino o altro, avrebbero potuto diventare animali e dunque degni di libertà. Ma prima del “Ba, bau, micio, micio” niente da fare. Quest’uomo, infatti, teneva sul comodino uno scarafone egizio imbalsamato e il cervello di una mucca pazza inglese appeso alla parete dell’atrio come souvenir portafortuna. Anche il Municipio poi s’era messo a dar di testa. S’erano emanate leggi sull’agricoltura che avevano fatto imbestialire più di un contadino perché in queste si diceva che i campi andavano coltivati un metro sì e uno no, perché la terra era come una madre e doveva pur riposare, che almeno riposasse a ore! E poi che i chicchi di grano dovevano essere lucidati a uno a uno prima d’esser venduti e che le ciliege dovevano essere radiografate prima d’esser messe sul mercato per sapere se erano sane. Il latte poi doveva essere prima munto poi in parte buttato: il secchio pari andava tenuto quello dispari disperso nei campi come si fa con le ceneri degli eroi agresti. Alcuni contadini avevano così preferito contare le foglie di mentuccia che coltivare i campi e li avevano abbandonati al riposo perpetuo così che questi s’eran ricoperti di fitta malerba. Nelle mura di Hamelin che difendevano la città s’erano poi aperte brecce e fenditure fori e aperture, buchi, squarci e rotture e i consiglieri municipali, presi nei tentacoli di leggi e leggine dedotte da teorie ecodinamiche, si erano dimenticati delle antiche mura che avevano difeso la città addirittura dai Romani. E siccome i nemici entrano là dove l’incuria regna, dei neri topastri, i quali dapprima avevano mandato in avanscoperta dei topi messaggeri con coda a monopattino che non avevano trovato nessun segnale di difesa da parte degli abitanti, neppure un briciolo di veleno, né colpi di scopa, né trappole scientifiche, s’erano appropriati di Hamelin, la bella, sì, proprio così. Non più canti di uccelli, né nidi di cicogne, né voli sul pelo dell’acqua di anatre e cigni, solo e ovunque squittii lugubri e nidiate febbrili di voraci roditori. Hamelin era diventata una città poco difesa e la sua porta era caduta sotto l’ariete di una nera ondata. Qualcosa di marcio ci doveva essere stato ad Hamelin per aver provocato dapprima la rovina della città da parte dei suoi stessi cittadini e poi il compimento dell’opera da parte degli invasori a quattro zampe. La felicità della cittadina era stata dunque solo apparente? Le sue tendine avevano forse nascosto ben altro che canti di cori angelici in file trionfanti? Gli antefatti sembravano confermare una situazione a dir poco confusa. Qualcosa negli abitanti aveva cominciato, già molto tempo prima, a non andare più. La signora Zabalionen aveva covato per anni un sordo rancore verso il marito che era sempre stato molto cortese e gentile con le commesse della pasticceria di loro proprietà, perché lui ammirava le loro forme e i loro dolci modi che facevano vendere brioche e tortelle e le paragonava alla pasta di bignè o alla Savaren alla crema. Niente di più, solo un bearsi di tanta grazia, ma la signora aveva perso l’esclusiva che voleva avere sul marito e non gradiva la sua giovialità e a poco a poco i dolci che lei preparava avevan perso sempre più il sapore fragrante delle uova, dello zucchero, della cioccolata per acquisire il sapore salato delle sue lacrime e quello amaro della sua bile. L’unica sua specialità era rimasta l’affogato al caffè che serviva al marito a colazione, pranzo e cena. Anche la figlia, che era stata bella e spumosa come una tartella allo zabaione, s’era ingrigita nel subire le lagne materne e nel sentire parlare male del padre, che prima le andava bene, e così aveva cominciato a pensare che se il padre era un disgraziato tutti gli uomini lo erano e non c’era di chi fidarsi. E così invece che tessere il velo da sposa s’era messa a cucire un sudario. Il signor Ecolamer, ricchissimo allevatore di zibellini ch’erano stati il vanto della regione e che avevano vestito tutti i re e i principi, aveva deciso di diventare animalistaecologista puro e aveva fatto uscire dalle gabbie, che aveva poi disperse per ognidove, gli animali perché, secondo lui, erano appunto gli unici esseri degni d’essere salvati e così, divenuto povero in canna faceva soffrire la fame ai suoi piccoli e a sua moglie. Anche i re avevano pianto e questo non s’ha da fare: non si fa piangere un re, anche perché il vestito del re fa il re e poi saranno i sudditi a confermargli o meno la sua autorità. Ma senza zibellini, di re non se ne parla nemmeno. La signora Hecviner era la giovane sposa di un maniscalco che, questi sì lavorava da mane a sera per la sua famiglia, ma, tornato a casa, doveva fare i conti con la sua signora. “Metti le pezze ai piedi prima d’entrare, lavati con la varichina prima di sederti sul divano, guarda l’ombra di una macchia là sul tavolino, ci hai forse messo le dita?” A tavola poi il signor Hecviner doveva fasciarsi tutto di bende per non contaminare la tovaglia perché le sue mani erano troppo avvezze a strigliare cavalli e doveva per questo mettere guanti sterili per prendere il pane. Per bere poi era costretto ad usare una pinza per acchiappare il bicchiere, così che i pasti, invece d’essere un momento piacevole per stare insieme e ringraziare Dio del lauto pranzo, erano tutto un susseguirsi di divieti che gli impedivano di gustarsi in pace il cibo e la compagnia.

(continua...)
Venerdì 18 Giugno, 2010
C’era una volta un taglialegna, padre di sette figlioli, tutti maschi. La sua famiglia era così povera, ma così povera che doveva risparmiare su tutto. Era tale l’abitudine, che lui e sua moglie cercavano di risparmiare anche il fiato e la parola, ed eran così divenuti quasi sordi e quasi muti. E anche non vedenti: infatti vedevano una cosa sì e una no. Risparmiavano pure sul sole, solo qualche caldo raggio al mattino poteva entrare nella loro casa perché subito dopo, per paura che si consumasse, richiudevano le imposte. Per non dire della legna che veniva pesata prima di essere messa sul fuoco. Eppure il povero taglialegna lavorava da mane a sera.
L’ultimo dei sette figli era piccolo in modo incredibile: pareva proprio che i suoi genitori avessero cercato anche con lui di risparmiare... Appena nato, non era più alto di un pollice! Proprio per questo fu chiamato “Pollicino”. Come culla il piccolo ebbe un guscio di noce e, dopo qualche anno, come scivolo una buccia di cocomero e come altalena una scodellina per le bambole fissata a una trave con due fili di ragnatela! Aveva però gusti precisi: si addormentava al canto dei vignaioli e dei panettieri perché lo trovava più dolce e conciliante delle ninne nanne che finivano sempre col metterlo nelle mani di uomini neri o di fantesche selvagge.
Il suo maggiore divertimento era cacciare in bocca tutto ciò che trovava: dalle cicche del papà ai giornalini della mamma, sottratti questi alla raccolta differenziata dei rifiuti reali; la terra poi era la sua passione, spesso se ne riempiva la bocca e la trovava buona anche se meno dolce del cioccolato. Succhiava le gambe delle sedie, le porte dei mobili e leccava i vetri dopo essersi specchiato. Provava tutto perché tutto gli pareva degno di essere gustato, così poteva giudicare cosa gli andasse e cosa no. E così scoprì che la pappa del gatto di casa era più buona della sua, perché il gatto sapeva arrangiarsi e con i suoi vezzi e miagolii riusciva ad impietosire i vicini che gli concedevano ogni leccornia. Giocava con le pentole e non si scordava i coperchi, così da improvvisarsi suonatore di piatti e di pentolone.
Gli anni passarono e Pollicino incominciò con i fratelli ad aiutare il papà a fare legna.
Venne un’annata terribile, peggiore, se così si può dire, di tutte le altre.
La miseria fu talmente spaventosa che quei poveri genitori non sapevano come fare a sfamare i loro sette figlioli.
Pollicino, che era un bambino che osservava molto e che spesso interveniva nei discorsi dei suoi genitori con domande che valevano una fortuna, quella volta intervenne così: ”Perché il mio amico Racconigi, figlio di un taglialegna, è ricco e noi no?“
“Perché noi siamo destinati ad essere poveri!” fu la risposta dei suoi.
“Oh, bella, da chi?”
“Che domande fai Pollicino? Il destino è già scritto e noi non possiamo farci niente!”
“Dove sta scritto? Ditemelo che vado a cancellarlo con la scolorina!”
“Ma son domande da farsi? Il nostro destino è scritto nel cielo su una stella, se la stella è buona noi nasciamo ricchi, se la stella è cattiva noi nasciamo poveri e così rimarremo.”
“Ma non si scrive sulle stelle” rispose tutto rosso e impermalito il bambino.
“Non son discorsi che un bravo bambino fa, un bravo bambino accetta il suo destino e basta. Forse che i fiori che si volgono verso il sole si chiedono perché questo li ami? Ora vai a letto che sei stanco! Risparmia il fiato!” concluse la madre.
“Mamma, hai bevuto lo spirito? I girasoli non fanno domande e il sole non ha un cuore e poi io non sono stanco e non voglio essere un bravo bambino... e non riesco a capire che stiamo a fare noi se tutto è già scritto e noi non possiamo cambiare niente...”
“Queste cose non si dicono e poi tu sei troppo piccolo per capire..”
Dopo queste battute, Pollicino veniva preso e portato a forza nella sua camera e lui lì restava a pensare come raggirare quel destino che gli pareva davvero troppo ingombrante.
Una volta a pranzo, si fa per dire, perchè nove piselli secchi e un filo d’erba liofilizzata non potevano chiamarsi “pranzo” e neppur “colazione” né “spuntino”, ma solo “modo elegante per morir di fame”, il bambino, dopo averci pensato, disse: “Io da grande costruirò un palazzo alto come una montagna, una carrozza con il volante, una scatola per parlare a distanza e una penna con inchiostro incorporato e saranno delle novità per tutti, come vedete non tutto è già fatto...”
Al che il padre, stupito per l’arguzia del suo piccolo, chinò la testa sconsolato, mentre la madre recitò i numeri della Cabala e poi pregò il Dio dei suoi pensieri che era un tipo arcigno con un occhio solo e che abitava in una casa-mausoleo sul cui frontone stava scritto: ”Dio vede e non provvede.”
La volta poi che Pollicino chiese cautamente con la sua bella vocina: ”Come nascono i bambini?” il papà e la mamma si andarono a nascondere nella legnaia e non ne uscivano più. Si stavano consultando per poter rispondere a quella domanda. Dopo vari litigi, lui diceva che la risposta giusta era che i bambini nascevano tra la lattuga nelle notti di plenilunio, quando i cani ululano e le civette civettano, mentre lei, più gentile, riteneva che la risposta da dare fosse che i bambini nascono d’inverno sotto il cavolo cappuccio e d’estate nell’insalata riccia.
Alla fine, tutti sudati, uscirono dalla legnaia e risposero a Pollicino che i bambini nascono tra le belle di notte, quando, nello stesso momento, il gatto miagola, il leone ruggisce, la ragna fa la tela e i canarini seppelliscono il nonno morto.
Pollicino davanti a una tale confusione rispose: ”Ma allora voi che ci state a fare?”
Una sera che i bambini erano stati messi a dormire per terra perché non consumassero materassi e lenzuola, il taglialegna, che se ne stava vicino al focherello, disse alla moglie: ”Non possiamo più sfamare, lo vedi anche tu, i nostri figli; prima potevamo dar loro pane e angoscia, ora solo quella senza pane! Di questi tempi è bene non trafficare troppo e fare il meno possibile perchè non ci si può fidare di nessuno. Lo vedi anche tu che ciò che faccio non è mai ripagato, di gente onesta ce n’è rimasta poca!”
“Già, è vero, che vuoi fare, allora?” disse ansiosa la moglie stringendosi nel suo consunto scialletto.
“Avrei pensato di portarli domani nel bosco a far legna. Poi... ho deciso di abbandonarli là, così impareranno a procurarsi il cibo e altri li potranno aiutare... ”
“Abbandonarli? Tu scherzi! Non si abbandonano i figli così! Non è modo” esclamò la moglie che da ragazza era cresciuta in un collegio grazie a un legato del Vescovo al quale stavano a cuore le sorti delle fanciulle povere. Alla donna cadde il giornalino: “Poveri fuori, ma belli dentro”, poi ella, presa dalla curiosità, aggiunse:
“E come farai?”
“Non sarà difficile: mentre essi saranno intenti a legar fascine, noi scapperemo senza farci vedere!”
“Come puoi pensare una cosa simile?” gridò alfine disperata la donna. “Come puoi esser così crudele con i tuoi figli?”
Il marito insistette ancora, e tanto fece e tanto disse che la povera donna finì coll’acconsentire, dicendo con aria angelica e rassegnata: “Se così vuole il destino!”
Pollicino, che non si era mai rassegnato a dormire a comando, soprattutto sul pavimento duro, quando aveva udito, dalla sua camera, il parlottare del padre e della madre, e questo era raro perché nella sua casa si risparmiava anche sulle parole, aveva capito che si trattava di cose gravi; allora senza far rumore era scivolato accanto al focolare da dove aveva potuto ascoltare le decisioni dei genitori senza essere visto.
Dopo aver udito quei terribili discorsi si era un poco allarmato, quando poi gli era arrivata alle orecchie la parola “destino”, mormorata con languore spirituale dalla madre, aveva capito che il pericolo era reale ed era tornato nel suo cantuccio accanto ai fratelli perché, prima di prender sonno, aveva bisogno di meditare.
Pensò dapprima di andare a lavorare in miniera, sapeva che l’avrebbero accolto a braccia aperte, perché, piccolo com’era, poteva entrare nelle gallerie senza problemi, ma poi costernato pensò che i suoi genitori avrebbero passato dei guai perché una nuova legge impediva il lavoro minorile, ma non di morire di fame.

(continua...)